Genesi 2 - Zampadicapra

Zampadicapra
Vai ai contenuti
Premessa  Prefazione  Genesi 1 2 3 4 5 6
Genesi 2
Gen 2:1 Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Sunto conciso di Genesi 1.

2 Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto.
L’opera di Dio non era già terminata il giorno sesto, con la creazione dell’uomo; maschio e femmina?
...e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Allora, cosa fu aggiunto in quest’ultimo giorno? Forse nel settimo giorno, fu posto un “sigillo” su ciò che fu fatto nei precedenti. Mi viene anche da pensare un’altra possibilità, e cioè che il termine “giorno” possa avere un valore più simbolico, che temporale, e che tutto sia stato realizzato in un unico istante, (anche se l’istante, ha pur sempre un valore). Non ne sono troppo convinto però; gli avvenimenti seguono comunque un ordine cronologico, dunque un mutare degli eventi, misurato secondo un concetto di estensione chiamato tempo; secondo il nostro concetto di movimento, secondo una logica intrinsecamente umana. Può Dio, subire il vincolo del tempo? Come immaginiamo Dio, o come io dovrei immaginarlo; se è a nostra immagine, con sembianze umane? Come molti dipinti lo ritraggono, vecchio però, con la barba folta e bianca; perché, dal momento che, non dovrebbe avere età, o almeno, non dovremmo essere in grado di stabilirla? Secondo me, è l’idea stessa del tempo che sperimentiamo su noi stessi, ad avergli dato quelle sembianze. E volendo ammettere, che il tempo trascorra anche per Dio, (cosa inconcepibile per un Dio, perché determinerebbe un epilogo e a ritroso un inizio, pertanto uno svolgimento, in un'unica direzione oltretutto) quanti anni dovrebbe dimostrare secondo il nostro sistema di misurazione temporale; milioni? Abbiamo un metro di paragone per poterlo asserire? Che proporzione avrebbe con la sua presunta giovinezza giacché, a oggi potrebbe essere ancora giovanissimo? Un giovanissimo Dio, con le rughe e la barba bianca. Credo, il suo aspetto raffigurativo sia puramente simbolico; dovrebbe incarnare la saggezza. −Mi si conceda una breve parentesi: forse in tempi antichissimi, associare anziano e saggezza aveva una valenza più realistica ma, per quanto mi riguarda, non conoscendone le ragioni intrinseche, la saggezza è individuale e personale, e ritengo che un giovane possa essere più saggio di un vecchio. Basti guardare i nostri governanti che non si staccano dalle loro poltrone di velluto nemmeno da “morti”; se fossero stati saggi, ci troveremmo in queste condizioni? Dico che la vecchiaia porta solo esperienza, che oltretutto, spesso non insegna niente. E poi la vecchiaia, che se ne dica, è brutta, quindi se un giorno dovessi credere nell’esistenza di un Dio, me lo voglio immaginare giovane e bello. − Tornando a noi: direi che è più semplice pensare a un Dio che non abbia età, che il suo tempo sia eterno, esteso all’infinito, cosa che altrimenti non lo renderebbe così onnipotente. Di contro però, cosa comporterebbe una condizione senza tempo? Un’eterna staticità! Immutabilità! Assenza di cambiamento. E ciò che non si muove, ai nostri occhi, non risulta essere privo di vita? Chissà, forse il movimento è solo il risultato delle nostre percezioni per come intendiamo la vita? Allora! Può Dio subire il vincolo del tempo, e a esso essere soggetto? In questo caso il tempo sarebbe il Tempo, dunque superiore a Dio. Che posso dire! Vedete voi.

3 Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando.
Dio benedisse... benedire; (cfr. Gen 1:28), a quale scopo?
...il settimo giorno... in relazione al tempo (cfr. v. 2). Non avendo a disposizione un metro di paragone, non posso che accettare il termine giorno per come lo comprendo e per come lo interpreto: dal sorgere del sole, al suo tramonto. E cioè accogliere il susseguirsi di eventi in relazione a questo sistema di misura chiamato tempo.
...e lo consacrò..., qui mi riallaccio al benedisse d’inizio (v. 3). Come sopra, non ne comprendo la ragione. Perché benedire e consacrare solo il giorno settimo? Perché non tutta la creazione? Il termine consacrare, (separare, isolare, interdire... insomma, qualcosa che deve stare al di fuori dal resto; protetto, inviolabile potremmo dire) dà forza a un altro termine; discriminare (scegliere, o se volete, preferire). Il giorno settimo sarebbe restato unico, allontanandosi sempre più dalla memoria? Non essendo ancora stato concepito il calendario, (almeno credo) in assenza d’una concezione ciclica numerica, dopo il settimo giorno sarebbe arrivato l’ottavo, il nono e così via? In caso contrario, non dissimulerebbe un monito? A chi poteva essere rivolto il sottointeso: “guai!”? L’uomo doveva ancora vedere la sua prima alba, ed era già oggetto del sospetto.
...perché in esso aveva cessato da ogni lavoro... ecco la presunta risposta alle mie perplessità. Non posso dire mi soddisfi, al contrario, i dubbi aumentano. Dio era forse stanco. Può Dio aver bisogno di riposo, o magari, questa frase vuole dire qualcos’altro? La ragione che spinse Dio a consacrare e benedire il giorno settimo, a mio avviso scaturisce dalla sua mancanza di fiducia nell’uomo appena creato, già intuiva cosa sarebbe diventato e ad essere pignoli, Dio sapeva.
 ...che egli aveva fatto creando. Ora, creando e fatto: i due termini riportano all’inizio della creazione (cfr. Gen 1:2). Creando: anche se, parola spesso usata impropriamente, indica qualcosa scaturita dal nulla; qualcosa che si fa da sé per intercessione? Fatto: indica la realizzazione di opere con qualcosa di già esistente. Le due azioni, “Creare” e “Fare”, anche se molto diverse tra loro, in qualche modo conducono a qualcosa che alla fine a noi apparirà concreto e tangibile.

4 Queste sono le origini del cielo e della terra quando vennero creati. Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo
Qui, viene usata la sola parola creati.
Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo..., (cfr. Gen 1:1; 2).

5 ...nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo..., tralasciando il fatto che, le piante potessero essere create in modo da germogliare senza l’ausilio della pioggia; e sembra che così sia avvenuto in (Gen 1:11 ; 12) dove viene ordinato alla terra che producesse della vegetazione, dunque senza menzionare il bisogno d’acqua. Se niente è ancora spuntato, come si evince nel presente (v. 5), possiamo ritenere lo stesso (v. 5), un’appendice ai precedenti (Gen 1:11; 12).
 Per quanto riguarda l’uomo: il suo intervento è ininfluente, in quanto la natura fa benissimo da sola. Non riesco poi a capire dove sia il termine di paragone tra uomo e pioggia. Ciò che invece mi salta all’occhio, sta nel: lavorasse il suolo, per quale scopo? L’uomo avrebbe dovuto coltivare la terra, per procurarsi il cibo? E ancora: perché solo l’uomo tra tutte le specie? Non ne comprendo le ragioni, si potrebbe però affermare che ciò fosse parte del progetto divino, e che l’uomo fosse stato “creato” per lavorare. Tenendo conto che, secondo studi paleontologici, per migliaia di anni l’uomo condusse vita nomade, fino al neolitico (età della pietra), più probabilmente, il narratore cerca di ricostruire e modellare gli eventi in modo che calzino addosso all’uomo per come lo conosce.

6 ...ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo.
 Arrivando dal (v. Gen 2:5) dove, in conseguenza al fatto che Dio non aveva mandato la pioggia, pare non vi fossero vegetali. Per ovviare tale problema, il presente (v. 6) sembra sostenere: il suolo si bagnava nonostante l’assenza di pioggia. Ciò sembra escludere Dio, quasi il suo intervento non fosse necessario. Difatti, appena si giunge al presente (v. 6.) troviamo quel “ma”, come a dire: nonostante ciò, la natura provvide a se stessa attraverso una sorgente che sgorgava dalla terra. Spontaneamente a quanto sembra, dunque senza intercessione divina. Forse l’intento del narratore ha un fine che al momento mi sfugge. Non sarebbe stato più sensato e semplice scrivere: allora Dio fece piovere su tutta la terra?

7 Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
In (Gen 1:26 ; 27) l’uomo fu creato; nel presente (v. 7) viene spiegato in che modo: sembra! Bisogna tenere presente che, in questo caso Dio fa tutto da solo plasmò e non facciamo come descritto (cfr. Gen 1:26).
...plasmò l'uomo con polvere del suolo... non si usa il verbo creare, ma plasmare (dare forma, modellare). Il termine polvere, o l’idea de questo termine può essere associato l’esperienza terrena: i corpi dei morti si disfano, si polverizzano. E l’idea che dopo morti si diventi polvere, può indurre a pensare che di polvere dobbiamo essere fatti.
...divenne un essere vivente. Non capisco cosa si voglia intendere. Vi sono forse anime vive e anime non vive? Oltretutto la frase fa presupporre che le anime fossero già presenti, e più di una. Create in precedenza? Forse l’anima si generò, o fu generata nel momento stesso che l’uomo venne plasmato? Forse una possibile interpretazione può essere: ...e soffiò nelle sue narici un alito di vita... l’anima, attraverso Dio che la genera, migrò all’uomo. Non che Dio cedesse la propria, la trasmise. Però quel ...divenne... dà l’impressione di qualcosa che muta, cioè che passa da uno stato all’altro, da “inerte” diventa “viva”. Proseguendo; già nel (Gen 1:26) con facciamo, la parola uomo sembra riferirsi alla specie, non all’individuo: uomo o Uomo? Mentre per tutti gli animali è bastato crearli perché fossero vivi, per l’uomo s’è reso necessario un intervento esclusivo, intimo.
Forse il versetto in questione intende dirci che per l’uomo la vita passa attraverso Dio e qualcosa gli è stato trasmesso.

8 Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato.
Perché il Signore piantò o dovette piantare un giardino? Il mondo era stato appena creato, allo stesso modo l’uomo, che doveva dominare su tutte le creature (Gen 1:26). L’azione di piantare ipotizza l’idea stessa di lavoro, magari il termine è più generico e vuole indicare la volontà di un proposito. Il mondo appena creato, brulicante di vita; piante e animali d’ogni specie, non era già un giardino?
...in Eden..., dunque il giardino si realizza in un posto preciso. Della terra? E il resto? In (cfr. Gen 1:26) su tutta la terra… indica che il dominio non sia circoscritto, ma totale. Bisogna comunque dire che al momento non mi è possibile conoscere l’estensione di questo posto, cioè di Eden. Anche se di fatto non ha alcuna importanza, poiché una barriera è pur sempre una barriera, e il nocciolo sta appunto nell’aver posto dei limiti. Ora, la necessità di “coltivare” quella fetta di mondo, in me solleva dei dubbi. Un giardino non cresce spontaneo, il presente (v. 8) sembra esprimere una volontà di ordine. Che durante la creazione sia successo qualcosa di imprevisto? Ma la parola imprevisto implica in sé l’errore, qualcosa di inaspettato. Sorge qui un’altra domanda, Dio è infallibile? Se diciamo sì, come ci si aspetta da un dio, il giardino fu realizzato per sua volontà. Il perché, resterà per me un mistero.  
...a oriente..., a oriente di cosa? o rispetto a che cosa? Che senso ha specificarne la posizione, seppur vaga, chi aveva bisogno di sapere dove fosse situato il giardino?
 ...e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. È evidente che l’uomo risulta occupare un ruolo centrale nella creazione, mi domando perché relegarlo entro i confini di un giardino, dopo aver realizzato tanto. Correva qualche pericolo? Doveva essere protetto da qualcosa che non conosciamo? Forse mi sfugge il concetto di giardino. Ciò che invece appare chiaro, è che l’uomo fosse già privato della libertà. Pertanto, torno a ripetere, non so a cosa sia dovuta tale restrizione.

9 Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.
È difficile capire come Dio intenda la vita, ha comunque ritenuto necessario far germogliare degli alberi, prima graditi alla vista. È interessante questo passaggio, voler considerare l’aspetto estetico. Di seguito troviamo e buoni...: si associa il bello al buono. Tutti sappiamo che non è così: bello non significa necessariamente buono e viceversa. È vero, quest’osservazione è puramente speculativa. Tuttavia, esisteva la possibilità di far germogliare alberi non belli e non buoni da mangiare? Il male esisteva già, e Dio volle tenerlo lontano dal giardino, e dall’uomo. Dio voleva proteggere la sua creatura da qualcosa.
 ...e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. A questo punto troviamo due alberi, differenti da tutti gli altri, in mezzo al giardino, la posizione è rivelatrice. I due alberi: della vita e del bene e del male, sono l’essenza dell’uomo, e sono appunto la centralità della sua esistenza. Ora, perché far germogliare due alberi del genere, proprio lì, nel mezzo del giardino? Dio non volle mettere alla prova l’uomo, alla prova di cosa oltretutto? Mi viene da pensare che, il giardino sia l’uomo, e i due alberi la sua natura multipla. Dio lo sapeva già, prima di crearlo, il giardino. E così doveva essere, come oggi è.

10 Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi.
Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino..., mi pare di capire che, il fiume esce da un posto “Eden” per andare ad irrigarne un altro, “il giardino” a meno che col termine usciva si intenda sorgeva, sgorgava, mi sorge un dubbio: Eden e il giardino, non sono la stessa cosa? Mi viene in mente: (v. 6) ...una polla... non si fa però cenno a Eden, né al giardino, si dice …tutto il suolo… La polla d’acqua che sgorga dalla terra e irriga tutto il suolo, può essere il fiume in questione? Si può ipotizzare che in questo caso l’acqua riguardi l’uomo in senso materiale, poiché creatura vivente necessita d’acqua, allo stesso modo che qualsiasi altro organismo vivente. Tuttavia, come al (v. 9), possiamo supporre che, lo stesso Eden o giardino che si voglia, sia qualcosa di diverso, di meno tangibile: pensiero, coscienza; anima se si vuole. L’uomo ne sarà l’involucro e il custode. Se in Eden è l’uomo, il fiume è la vita che vi scorre e lo “irriga”, sgorga da se stesso e se stesso alimenta.
...poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Si noti che è il fiume principale ad alimentare i secondari, non il contrario come di solito accade in natura, dove i corsi d’acqua minori partecipano alla nascita di fiumi maestosi, (delta a parte). Ai miei occhi appare evidente la similitudine col fluire del sangue, che dall’arteria porta sostanza vitale anche alle cellule più lontane, attraverso ramificazioni sempre più sottili. Il fiume “irriga” la vita e dal primo “ramo” si propaga. A sostegno di ciò (cfr. Gen. 1: 28) «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…

11 Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l’oro
(è singolare notare, che il fiume Madre non abbia un nome, o quantomeno al momento non mi è noto). Se si vuole tener fede, o quantomeno seguire con una certa coerenza le argomentazioni avanzate al (v. 10), non bisogna tenere conto dell’aspetto geografico, quindi della possibile collocazione terrestre del fiume in questione. Tanto che, all’eventuale posizione ed esistenza del fiume Pison, non mi sembra vi siano prove a sostegno. Sì, si possono supporre antiche mutazioni geologiche, importanti da modificare la conformazione terrestre, per cui ciò che non vediamo adesso, non significa non essere esistito in passato. Tuttavia, dal canto mio, non credo abbia grande importanza avere la certezza dell’esistenza passata del fiume, se non per dimostrare l’attendibilità delle scritture. Immaginiamo invece che, il fiume Pison sia la migrazione vitale dall’Eden verso altre regioni, e che favorisca la vita lì dove scorre. La terra era immensamente grande per un uomo solo, e l’albero della conoscenza (v. Gen 2:9), conseguentemente del bene e del male, inteso come nuovi possibili orizzonti, era irresistibile, perché tale migrazione non avvenisse; (Tanto che era prevista), da qualche parte l’uomo doveva pur cominciare a “moltiplicarsi” (Gen 1:28) dunque a diffondere la propria specie; quel posto era Eden. Chissà? Forse il fiume esisteva e fu fonte d’ispirazione mistica.
...esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l’oro... come mi è ignoto il luogo del fiume Pison, ignoro la posizione della regione di Avìla, per la quale si potrebbero esporre speculazioni simili a quelle presentate per il fiume. Tralascio dunque questo aspetto. Mi concentrerei invece sulla parola “oro”, perché questo metallo fu tirato in ballo? Che importanza poteva avere all’epoca della creazione, considerando che essendovi un solo uomo, a lui tutto apparteneva? L’effetto del contesto influenza nuovamente il narratore che, senza dubbio conosce il metallo prezioso. Non riesco a formulare altra ipotesi alla presenza dell’oro in questi versi. Tuttavia, mi sfugge anche il perché di tale presenza? Siccome il metallo prezioso si trova fuori da Eden, quindi il giardino ne è privo: che l’oro sia qualcosa da ricercare e assimilare? in senso figurato, s’intende! Per intendere qualcosa di prezioso. L’oro metafora della vita e magari dell’anima?

12 ...e l’oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d’ònice.
Il (v. 12) in questione suscita le stesse perplessità incontrate al (Gen 2:11). Altre materie preziose si aggiungono all’oro, conferendo maggiore risalto all’idea di ricchezza. E questo concetto di ricchezza è relativamente recente, perché avesse una qualche rilevanza, al tempo del primo uomo. Tenterò dunque, di cambiare prospettiva, interrogando lo spirito; in senso generale! ...e l’oro...è fino. Ora seguendo l’idea dell’oro avanzata al (v. Gen 2:11) posso aggiungere che per fino si intenda puro lo spirito, di chi “raccoglie” quell’oro. Per ciò che riguarda la resina odorosa, e la stessa pietra d’onice, riesco solo a fare lo stesso ragionamento per l’oro; altrimenti, perché menzionarli? Anche se, devo ammettere di non esserne per niente convinto; la similitudine sa di forzatura. E in certo modo, è più probabile che il N. parli di ricchezza in senso materiale. Pertanto, materie che presuppongono un loro utilizzo; perché? Oppure come il N. E noi tutti sappiamo, la ricchezza offre molte possibilità, tra tutte, affrancare la propria vita.

13 Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d’Etiopia.
Come per il fiume Pison, (Gen 2:12) oltre al riferimento biblico, pare non vi sono altre informazioni a sostegno della sua reale esistenza, odierna e passata, quindi dell’eventuale posizione geografica.
 ...esso scorre attorno a tutta la regione d’Etiopia. Il fiume scorre attorno all’intera regione; l’idea è di abbraccio, come la cingesse. Non so se possa avere un senso simbolico. La mia attenzione si rivolge più alla regione, e precisamente al suo nome; Etiopia. Quasi stride in un testo così antico, o meglio, un testo che riporta vicende primordiali. Già è strano che i luoghi siano riconosciuti attraverso un nome, ancora di più che quel nome sia giunto inalterato fino a noi. Lasciamo da parte questo tipo di speculazioni, l’Etiopia esiste, i suoi confini sono tracciati su ogni carta d’Africa. Ora, se il fiume Ghicon possa essere identificato in uno degli odierni, non posso dirlo, anche perché, in tanti millenni, le ipotesi avanzate al (Gen 1:11) sulle mutazioni geologiche possono essere valide anche qui. Tuttavia, per una questione del tutto sentimentale, se ciò accadesse, vorrei che corrispondesse all’odierno Nilo Azzurro. Come detto in precedenza, mi piace comunque pensare all’abbraccio inteso come unione.

14 Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate.
Due fiumi, questa volta conosciuti. Tigri: sappiamo dove, nasce poco a monte del lago Hazar Gölü, nel Tauro Armeno (Turchia). L’Eufrate nasce nell’Armenia Turca, all'incirca nella stessa area geografica del Tigri, (entrambi in Turchia). Essi scendono verso sud, in Iraq si uniscono formando lo Shatt al Arab, prima di gettarsi nel Golfo Persico. Assur: antica città dell’Iraq a sud di Mosul, (oggi; area archeologica). Non è rilevante la loro effettiva esistenza, tanto presente quanto passata. La singolarità è nei luoghi, pare siano menzionati come essere già esistenti al momento della creazione. Passi per i fiumi, non considerando i nomi cui sono riconosciuti, così le stesse regioni: Avìla, Etiopia (nota). La città di Assur, è appunto una città, un luogo dove gli uomini vivono e convivono. Come poteva esistere una città, presumibilmente popolata già prima, o se vogliamo, durante la creazione? Potrebbe semplicemente trattarsi di una discordanza cronologica. Proverò a dare un’immagine topografica, a quanto descritto dal (Gen 2:10) al (Gen 2: 4). Conoscendo i fiumi Tigri ed Eufrate, e la loro origine sorgiva, si può ipotizzare, non tenendo conto di mutazioni geologiche, poiché, almeno per il Tigri esiste un riferimento, e cioè la città di Assur; l’Eden, o giardino che si voglia, dovrebbe essere situato nell’area sorgiva dei fiumi sopra citati, nell’Armenia Turca. Magari, il fiume Madre è oggi scomparso. Per il fiume Ghicon, cui dobbiamo supporre la sua passata sorgente nei pressi dei due fiumi noti (cfr. Gen 2:10) Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino..., dobbiamo immaginare un percorso lunghissimo che, appunto dalla Turchia arriva in Etiopia e scorrergli intorno. Non è facile tracciarne un percorso possibile. Sappiamo che la crosta terrestre è in continuo movimento, magari il mar Rosso all’epoca non esisteva o era un lago stretto tra la penisola arabica e il continente africano, cosicché il fiume Ghicon avrebbe avuto un ponte naturale per giungere in Etiopia. Per quanto riguarda il fiume Pison e la regione d’Avìla (si può pensare all’odierno Iran), non ho la minima idea della loro possibile, e presunta posizione. L’unica “certezza”, se di certezza si può parlare, è l’Armenia Turca, sua possibile origine. Non è possibile stabilire l’estensione del fiume Madre, dunque dove ogni fiume prendesse vita, tuttavia, (cfr. Gen 2:10) ...poi di lì si divideva e formava quattro corsi l’area doveva essere molto circoscritta.
In questi versi, quello che più risalta all’occhio, è il tentativo del N. di rendere credibile ciò che scrive. Dico tentativo, perché dal canto mio sortisce l’effetto opposto. La fede non necessita di prove!

15 Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
D’impulso mi verrebbe da pensare, lo prese da dove? Già al (Gen 2:8) ...e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. l’uomo venne posto nel giardino. Il passo presente, probabilmente non è una ripetizione, ma una sorta di prosecuzione, la ripresa di un discorso interrotto in attesa di una conclusione. L’aspetto che mi colpisce in questa prima parte, che al (Gen 2:8) non avevo colto nel termine collocò, e che ora ai miei occhi acquisisce forza attraverso il verbo prese, è la subordinazione dell’uomo alla volontà di Dio. Lo svolgimento dell’azione tra prese e pose trasmette in me un senso di catene, una sensazione di vuoto di coscienza nell’uomo, come fosse privo di quel soffio vitale, (cfr. v. 7) ...soffiò nelle sue narici... di volontà propria, assente di ragionamento o istinto. L’uomo non sceglie; non può scegliere. L’uomo, un oggetto modellato e usato a piacimento del suo creatore? Un’interpretazione meno letterale potrebbe essere: ...lo prese per mano e lo introdusse nel giardino.
 ...perché lo coltivasse e lo custodisse. Ora, al (Gen 1:28 ; 29) pare che l’uomo possa nutrirsi di ciò che la terra offre. Al (Gen 1:28) si parla di soggiogare la terra, quindi di dominare gli animali tutti, non mi è chiaro se nel senso di nutrimento. Al successivo (Gen 1:29) si è più espliciti, ...saranno il vostro cibo. Tuttavia, nella dieta non sono menzionati gli animali. Se la natura si offriva spontaneamente, perché la necessità di coltivare e custodire il giardino? Era necessario lavorare per sopravvivere? Oltretutto, mansione riservata all’uomo, quella di lavorare. Doveva forse coltivarlo per un altro scopo? Oppure, essendo l’uomo appena fatto, doveva maturare la propria coscienza, coltivare e custodire sé stesso? Per quanto domande e dubi possano essere leciti, penso che il narratore nel menzionare il termine giardino intenda anima, coscienza. Dunque l’uomo è responsabile del proprio destino.

16 Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,
La terra, il sole, le stelle, l’intero universo, furono creati; l’uomo era stato creato, preso e posto nel giardino. A questo punto Dio sembra avere l’esigenza, o meglio l’urgenza di avvertire l’uomo, di dargli un comando, un ordine se vogliamo. Più avanti ne scopriremo il contenuto, adesso mi concentrerei sul termine comando. Un ordine non si discute, si esegue, in esso si annida la conseguenza di un rifiuto, e cioè la punizione nel caso di disobbedienza, presuppone e quindi esige la subordinazione di chi esegue e la sua non volontà. E implica una gerarchia: padrone e servo, altrimenti il sistema non starebbe in piedi. Il comando è una costrizione, tuttavia l’uomo può scegliere: obbedire o disobbedire, secondo coscienza, valutando e farsi carico delle conseguenze. Una cosa è chiedere, un’altra è ordinare. È probabile che Dio abbia voluto mettere in guardia l’uomo; mi viene in mente il genitore che, spesso imponendosi, secondo la propria esperienza, coscienza ecc… prova, o quantomeno pensa di proteggere il figlio dai pericoli della vita, sapendo che un giorno dovrà “camminare” da solo. La domanda è: perché fu necessario dare un comando, cosa era sfuggito al controllo di Dio, nella creazione qualcosa era andato storto? Perché non ha rimediato? Era ormai troppo tardi? Per quante considerazioni si possano fare, non credo sarà possibile accertarne le reali ragioni. Tuttavia, un fatto si presenta chiaro, non nuovo alla nostra esperienza terrena, il concetto di classe era nato assieme al primo uomo. E forse, il motivo è da ricercare in questa idea.
 ...«Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino..., il comando assume un valore più libero di fronte al verbo potrai, anzi, non sembra nemmeno un comando. Eppure, questa indicazione, cioè il comando, deve significare qualcosa.

17 ...ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire».
Il termine albero, mentre al (Gen 2:16) lascia solo intuire una possibile valenza spirituale, intima e dell’anima, adesso, seppur lo stesso a mezzo di metafora, l’albero diviene il mezzo, il nutrimento per attingere alla conoscenza. Il mangiare, come effetto, diviene l’assimilazione del frutto che l’albero produce. Ora il poter mangiare da qualsiasi albero ad eccezione di quello che conduce alla conoscenza del bene e del male implica una privazione, o comunque una limitazione, dunque solleva una questione di libertà, di libero arbitrio. Perché, l’uomo fu messo di fronte a una simile scelta? Oltretutto, senza avesse la minima consapevolezza a cosa sarebbe andato incontro, poiché non poteva averla, essendo privo di esperienza. È un po’ come vietare a un bambino di non mangiare dal barattolo della nutella, dicendogli che altrimenti avrà una terribile indigestione e lasciarglielo sotto il naso. Sarebbe stato sufficiente riporre il barattolo in un posto inaccessibile al bimbo, o magari non comprarlo per niente. Allo stesso modo, non potendo considerare le ragioni dell’esistenza di quest’albero, non sarebbe stato sufficiente non usare il seme perché nel giardino venisse meno la presenza di una pianta simile, di un albero potenzialmente nocivo? Ciò nonostante, bisogna tener conto e riflettere sul fatto che il seme esistesse comunque, e poteva essere qualcosa che rientrasse in un ordine di cose cui non si poteva trascendere; nemmeno Dio. Tuttavia, un genitore vigila sul proprio figlio e non lo mette di proposito in condizioni di compiere un errore senza rimedio. Causa ed effetto, l’esperienza ci insegna che sempre si risponde delle proprie azioni, non necessariamente in termini materiali. Il versetto in questione vuole essere un monito, “bada a ciò che farai!” ne sarai l’artefice.
 ...perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». Esaminando questo passaggio, si può notare come le speculazioni al (Gen 2:16) trovino qui seguito: la conseguenza alla disobbedienza diventa estrema. A questo punto si ripropone l’argomento della morte (cfr. Gen 1:27 ; 28), morte prevista e programmata, e adesso, il monito (...nel giorno...dovrai morire.) appare come il pretesto perché si compia questa eventualità, cioè morire. Ma l’uomo, fino a che punto poteva comprendere il significato della morte, giacché non avrebbe dovuto conoscerla? Come poteva valutare oggettivamente la causa di una sua eventuale disobbedienza, non avendone i mezzi? Non poteva e non doveva porsi domande? Obbedienza cieca e incondizionata. (“L’Obbedienza non è più una virtù” Don Lorenzo Milani da Barbiana) Infine, perché è prevista una pena così grave e irreparabile, per un possibile gesto, che l’uomo in quel momento non avrebbe potuto capire? Nella condizione umana conosciuta come vita, esistono limiti oltre i quali non è possibile andare senza perdersi, questo il narratore vuole dirci.

18 E il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Questa affermazione, sembra essere in disaccordo con la dicitura ...maschio e femmina li creò (Gen 1:27); e dal precetto «Siate fecondi e moltiplicatevi...; (Gen 1:28). L’uomo è dunque unico? Cioè, l’unico esemplare della specie uomo? Maschio o femmina? La solitudine è una condizione mentale molto personale, c’è chi la soffre e chi la cerca per stare in pace con se stesso; chi si sente solo tra la folla, chi sta lontano da tutto pur sentendosi in armonia col mondo intero... perciò tale concetto non può essere generalizzato. Poteva già risiedere nell’uomo, in quell’unico uomo, l’idea di solitudine? Poteva esso sentirsi solo? Considerando sempre che, la solitudine ha un carattere astratto privo d’un connotato univoco. Detto ciò, mi sfugge il senso della considerazione «Non è bene... Perché Dio ritenne opportuno che l’uomo avesse compagnia? Non so fino a che punto si possa soffrire la mancanza di ciò che s’ignora. Le scelte che nella vita si fanno, sono il risultato di un condizionamento sociale: nessuno è immune. Una scelta, per quanto si possa ritenerla libera, c’è suggerita inconsciamente dalla storia. Qual era la storia del primo uomo? Il suo condizionamento poteva arrivare solo da ciò che lo circondava, ma non da altri suoi simili. Dunque, che valore poteva avere la solitudine per lui?
 ...voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Non è chiaro, cosa s’intenda per ...fargli un aiuto... in primo luogo; a quale scopo, aiuto? L’uomo, doveva ricevere aiuto, per fare cosa? E questo aiuto, doveva a esso essere subordinato? Pare di sì! ...che gli corrisponda». Cioè che gli assomigli, che gli sia simile: in altre parole, creare un secondo uomo.

19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.
Qui, pare gli esseri viventi essere plasmati, mentre al (Gen 1:24) «La terra produca esseri viventi... fu la terra a produrli; attraverso un comando. Nella frase incontriamo nuovamente il termine selvatici, (cfr. Gen 1:24).
 ...e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. È un passaggio singolare, per certi versi strano: a prima vista, Dio appare semplicemente curioso di vedere come l’uomo si comporterà di fronte al compito che gli va assegnando. Oggi sappiamo, che ogni giorno vengono scoperte nuove specie animali, soprattutto tra gli insetti, quindi questo processo di “classificazione” non terminerà mai. (Ciò vale anche per il mondo vegetale). Perché l’uomo avrebbe dovuto imporre il nome a ogni specie vivente? Che interesse avrebbe avuto? Potremmo perciò dedurre che, il senso della frase vada ricercato altrove, per esempio: ...in qualunque modo l’uomo... doveva essere il suo nome. Cioè, Dio non avrebbe interferito nelle decisioni dell’uomo, e che dunque, l’uomo sarebbe stato responsabile di quelle scelte fatte. All’uomo, era stato concesso ciò che conosciamo come libero arbitrio? Quanto si può essere liberi, se messi di fronte a delle scelte? Anche il non scegliere, è di per se una scelta. Questo versetto può apparire al di fuori dal contesto precedente, ma esiste una linea di congiunzione? Il libero arbitrio, appunto! Pertanto, essendo l’uomo ritenuto capace di discernimento, sarà chiamato a rispondere per ciò che saranno le sue decisioni, dunque le proprie azioni.

20 Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse.
Così l’uomo impose… in questo modo, l’uomo si pone in una posizione di dominio. Esso decide. Questo stato di privilegio, ancor più accentua le sue responsabilità di fronte al mondo appena creato, liberando di fatto ogni altra specie, che a differenza dell’uomo, avrebbe risposto solo alla propria natura.
...nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici.... Già al (Gen 1:24) ...bestiame, rettili e animali selvatici..., si determina questo tipo di distinzione; animali selvatici e bestiame. Si ritiene che, (sempre che per bestiame s’intenda animale domestico) attraverso i secoli, gli animali domestici siano il risultato dell’intervento umano, però questo non coincide col passo sopra citato, secondo il quale il bestiame fu creato. Allora, perché si evidenzia un fatto simile? Quale può essere lo scopo? Per bestiame e selvatici, si vuole forse intendere due aspetti di una stessa natura? Natura che in qualche misura può essere addomesticata?
 ...ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Per se stesso, cioè per la specie uomo non trovò alcun nome, non riuscendo così a definire se stesso. Ma non fu Dio, a imporre il nome Uomo alla creatura uomo? Quindi l’uomo, cosa non trovò? Niente di più semplice, ...un aiuto che gli corrispondesse. Tuttavia mi sfugge totalmente il senso della frase, e soprattutto del termine aiuto.

21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto.
Quanto avviene in questo passaggio, è la conseguenza della perplessità dell’uomo al (Gen 2:20), dove non trova una sua corrispondenza. Ciò risulta fortemente in contrasto, come già evidenziato al (Gen 2:18), in relazione con quanto si afferma al (Gen 1:27) ...maschio e femmina li creò. Ora, appare evidente che il gesto di togliere una costola dal corpo dell’uomo sia figurato; perché? Il narratore, vuole forse confermare il ruolo subordinato della femmina al maschio? Oppure che maschio e femmina sono della stessa identica sostanza? E dunque un tentativo di elevare la donna a un ruolo meno marginale o meglio al pari dell’uomo. Ciò detto, ritengo sia pressoché impossibile immergersi nel contesto storico cui questi passi sono stati pensati, con ciò comprenderne a fondo il senso. Tale fattore lascia spazio a mille congetture.

22 Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Con la costola Dio, non creò la donna, ma la formò. Che valenza può vere questa differenza? Che nella specie uomo la femmina debba essere affine al maschio più che in qualsiasi altra specie? Suppongo, una tale affinità debba riguardare qualcosa d’interiore; il pensiero, o l’anima se preferite. Allo stesso tempo, ai miei occhi si palesa un valore complementare, accessorio della femmina, come posta su un piano diverso, di subordinazione al maschio, secondo usi antichi; nemmeno tanto, a dire il vero recentissimi. È forse la prima testimonianza d’una volontà discriminatoria, e magari ne è l’origine.

23 Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». cosa può significare «Questa volta...; si riferisce a qualcosa in precedenza non soddisfatto? Se chi parla, è stato appena creato, precedente a che cosa? E ancora: ...è osso dalle... come dire; adesso i requisiti sono corretti. Ciò indica qualcosa di antecedente, fatto e non corrisposto, come di un tentativo fallito per aver usato materiali non adatti. Più verosimilmente, questa formula vuole imprimere con maggiore forza il concetto di unione, di singola entità, che secondo i casi morfologici si manifesta diversa.
...La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». Ora, (senza voler ricercare significati etimologici, che possono avere una valenza puramente esplicativa) perché la femmina uomo si debba chiamare donna, mi sfugge. L’uomo è specie: maschio e femmina. Forse, nonostante la subordinazione, (cfr. v. 21) l’uomo femmina avendo, in quanto appunto uomo, autorità su ogni altra specie, per una ragione, che al momento non ci è data sapere, doveva occupare una posizione centrale, quasi di mediatore tra la specie dominante e tutte le altre. Questo fatto dovette implicare la necessità di una specie a se: la donna. Ora, che il nome donna si generi per il solo fatto che sia stata tolta dall’uomo, resta per me un mistero. Tuttavia, ciò che reputo d’importanza primaria, lo si può osservare leggendo nell’intero versetto, o meglio, in ciò che l’uomo dice. Emergono il ragionamento, la capacità di discernimento in relazione a due condizioni differenti, la scelta, il giudizio, e infine la conclusione. La si chiamerà donna... Dato che...!
 Esercizio del libero arbitrio.

24 Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre, e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.
In questo passaggio è presente il concetto cronologico generazionale. Ora, non mi è chiaro se per ...suo padre e sua madre... si intenda il suo creatore in senso trascendentale, piuttosto che naturale o biologico che si voglia. Che sia l’una o l’altra ipotesi, il termine lascerà, trasmette l’idea di separazione, di stadio successivo. Ed ecco ricomparire il concetto di scelta consapevole “liberò arbitrio”(che tuttavia non credo così libero) assumere un ruolo cruciale. L’uomo sarà spinto a separarsi dalla “famiglia”, dunque dalla sicurezza che gli offre. Dovrà perciò imparare a camminare con le proprie gambe. Un concetto simile oggi potrebbe addirittura avere un senso, ma alle origini, perché si rese necessario questo passaggio?
...e si unirà a sua moglie..., il termine moglie giunge nuovo e lascia intravedere il concetto di famiglia, quasi d’appartenenza, qual era la finalità? Questa idea d’unione vuole forse rimarcare la singolarità dell’uomo? Intendo dire in senso spirituale. Anche se d’unione s’è già parlato (cfr. Gen 1:28) «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra..., penso che in questo caso si voglia valorizzare la natura indissolubile dello spirito. In altre parole, tutto quanto esiste deve ricondurre a un'unica entità.
 ...e i due saranno un’unica carne. Questa ultima parte mi sembra voler dire che sì, saranno una cosa sola ma, tale passaggio può completarsi solo attraverso un’esperienza carnale appunto, dunque materiale.

25 Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.
Ora tutti e due erano nudi..., nudi come tutte le altre specie, presumo? Non comprendo il senso della parola nudi, non riesco ad afferrarne l’importanza, mi sembra fuori dal contesto. A meno che, si riferisca a una nudità interiore, al momento limpida, dunque rivelata, tenendo conto che, non esiste una linea netta di separazione tra il bene e il male, e spesso il senso comune le rende indistinguibili.
...l’uomo e sua moglie..., più volte sono ritornato a discutere sulla questione uomo specie, maschio e femmina. Forse non ha più senso continuare a sottolinearlo ogni volta, convinto che questo modo espressivo sia ricorrente nel testo e che spesso lo rincontreremo. (Ad oggi le cose non sono cambiate)
...e non provavano vergogna. Che ragione dovevano avere per provare vergogna? Ammesso che potessero provare tale sentimento.
 
 -In molti casi, genesi due sembra più un approfondimento a genesi uno, che uno svolgimento dei fatti.-
Separatore ZdCl
Torna ai contenuti