Genesi 3 - Zampadicapra

Zampadicapra
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Genesi 3
Gen 3:1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto:“Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?».
Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto... In questo passo, il serpente è ritenuto il più astuto tra gli animali. Tale ruolo è forse dovuto alla sua natura sfuggente e insidiosa, poiché “invisibile” e difficile da scorgere che, il narratore interpreta come subdola. Tuttavia, viene da domandarsi a cosa possa servire l’astuzia nel mondo appena fatto. In un mondo imperfetto come l’attuale, come lo conosciamo, la risposta è sin troppo ovvia. Se vuoi sopravvivere! Agli albori della vita, era già necessario lottare? Se così era, esistevano già gli stessi meccanismi che regolano oggi l’esistenza delle specie, processo ampiamente descritto nella teoria dell’evoluzione di Darwin. La vita fu dunque concepita e “creata” nel modo in cui la conosciamo adesso?
...e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Il serpente parla alla donna. L’animale assume qui un carattere umano, si evince così un valore simbolico, a patto che fosse l’unico animale in grado di comunicare con l’uomo. Questo fenomeno si potrebbe ricondurlo alla coscienza dell’uomo che gli parla da dentro. Ora, cosa il serpente rappresentasse nella cultura del narratore mi sfugge, non v’è dubbio però, che v’identifichi il male, e forse la bibbia è l’unico testo, dove ricopre questo ruolo. Il male già esisteva, o quantomeno il suo seme? In ogni caso, non m’è possibile stabilire se ancora prima che il mondo fosse creato, o se la creazione ne è stata la conseguenza, cioè che si sia generato, o sviluppato al momento della creazione. Qualunque sia l’origine, se non la volontà del creatore, esiste la difficoltà dello stesso nel controllare tale fenomeno. Possiamo anche notare che, dalle parole del serpente si intuisce la malizia in quanto, esso mente “Non dovete mangiare di alcun albero... difatti, Dio fece divieto di mangiare da un solo albero. Come sopra, anche in questo caso si può dedurre che la menzogna esistesse già. E allo stesso modo, non possiamo accertare se si sia sviluppata successivamente alla creazione o precedentemente. E poi, perché il serpente si rivolge alla donna e non all’uomo? Forse in seguito potremmo avanzare qualche ipotesi in proposito.

2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,
La donna risponde, e smentisce ciò che il serpente afferma al (v. 3:1) “Non dovete mangiare di alcun albero... si evince nel suo parlare un carattere ingenuo, la donna infatti, non matura il dubbio alle parole pronunciate dal serpente, non ne scorge la natura maligna. Se l’intuizione è giusta, a questo punto reputo la donna priva di malizia.

3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”».
Qui il resto della frase al (Gen 3:2). La donna candidamente spiega al serpente che non hanno restrizioni, lei e il maschio, tranne che per un solo albero posto nel mezzo del giardino (Gen 2:9). Si deve tener conto del fatto che, il divieto imposto da Dio riguardo all’albero della conoscenza (Gen 2:16; 17) fu rivolto solo all’uomo maschio, in quanto l’uomo femmina fu generato dal maschio successivamente (cfr. Gen 2:18; 21). Come la femmina sia a conoscenza del divieto non è noto, certamente il maschio deve averla informata. Riguardo alla questione morte (cfr. Gen 1:27; 28_ 2:17).

4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!
Il serpente ribatte. Nella sua affermazione «Non morirete affatto! emerge evidente la natura maligna del serpente, la volontà di denigrare la figura di Dio. Infatti, non è difficile cogliere il sottointeso; “Dio vi sta mentendo”. In seguito vedremo se l’uomo sarà capace di cogliere quest’aspetto. Di certo la calunnia è grave, e dovrebbe condurre a uno scontro; quantomeno tra creatore e serpente. Tuttavia, appare strano che Dio non si avveda della condotta del serpente, e non intervenga a protezione della specie uomo, che al momento si presenta più debole. Poiché dovrebbe avere i caratteri del fanciullo, essendo appena “nato”. Detto ciò, per una ragione che mi sfugge, non posso escludere la mano di Dio in questo intento. Che il serpente sia la coscienza dell’uomo? La sua parte oscura che stava già così precocemente maturando? L’uomo per natura è curioso, si interroga, e soprattutto sperimenta. Perché non “mangiare” di quel “frutto” si sarà forse chiesto, e come appunto nella sua natura volle sperimentare.

5 Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Ora, è difficile stabilire il grado di coscienza che potevano avere i vari interpreti, serpente incluso, quindi si può ipotizzare che le sue affermazioni mirassero a stimolare la curiosità, nell’uomo s’intende, in quanto non poteva essere a conoscenza di cosa fosse il male e il bene. Oltretutto, il desiderio di conoscenza, nell’uomo doveva essere già presente il germe della superbia, altrimenti il serpente non avrebbe formulato la frase ...e sareste come Dio... Andando avanti, tra questi versi m’è sin troppo facile riscontrare un pensiero e una “ispirazione” sempre più terrena. Va considerato anche l’aspetto movente; a cosa mirava il serpente, che vantaggio avrebbe avuto nel deviare la condotta dell’uomo? Il serpente è la coscienza dell’uomo, che all’uomo parla.

6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò..., qui entra in gioco il libero arbitrio, la donna elabora un ragionamento, secondo il quale giudica buono il frutto che le fu vietato da Dio. L’aspetto fondamentale non risiede tanto nella libera scelta, quanto nella fiducia nel suo creatore, infatti, con tale gesto reputa false le parole di Dio, e accetta quelle del serpente. Se è vero che, in quel luogo fosse il paradiso, aveva senso per l’uomo rischiare tanto? Probabilmente no! Tuttavia sembra, l’uomo, per qualche misteriosa ragione, fare enormi bestialità contro qualsiasi logica. C’è sempre la questione della presenza di tale “albero” nel giardino che, potrebbe apparire come una sorta d’istigazione.
...poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Per il concetto di famiglia e di coniuge rimando al (cfr. Gen 2:24; 25) ...suo padre e sua madre... ...e si unirà a sua moglie... In questa vicenda, emblematico è il ruolo marginale del maschio, e su questo aspetto mi soffermerei. Cosa indusse il serpente a preferire la donna per raggiungere il proprio scopo? In qualche modo, dovette valutare più semplice corrompere la donna. Ma poteva conoscere così a fondo un essere senza storia, e cosa aveva di diverso dall’uomo in tal senso? La differenza fisica non è da ritenersi secondaria; per ciò che riguarda la sfera sessuale e le sue implicazioni. È incredibile come un luogo comune si trasformi in verità e probabilmente, il narratore in nome di quella verità ha volontariamente fatto ricadere la “colpa” sulla donna, volendo giustificare le sue debolezze e la sua incapacità di rinunciare ai favori della femmina. Oltretutto, in questo si può individuare l’aspetto discriminante, poiché, il narratore non vuole giustificare solo sé stesso, ma l’intero genere maschile. A mio parere invece, sempre che di colpa si possa parlare, il maschio è ancora più reo della femmina, in quanto non le ha impedito di disubbidire a Dio. E in lui, non v’è la minima resistenza all’offerta della donna. Va anche tenuto conto del fatto che, Dio diede il comando di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male all’uomo maschio, (Gen 2:16; 17) poiché la donna non era stata ancora creata. L’uomo aveva riferito alla donna del comando ricevuto? Secondo quanto lei risponde al serpente era a conoscenza del divieto ma, non v’è certezza di chi l’avesse informata, se da Dio, l’ordine è diretto e il peso è lo stesso che per l’uomo; se dall’uomo, l’ordine indiretto assume un peso minore, dunque più facile da trasgredire.

7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Con aprirono gli occhi, suppongo si intenda presero coscienza di se, se così fosse, come vissero entrambi l’esistenza precedente quel fatto? Magari come una macchina zeppa di sensori, ma priva di coscienza. L’alito di vita... (Gen 2:7) non includeva l’anima, o il pensiero che si voglia, dunque la coscienza? Il fatto di sentirsi nudi, può significare sapersi indifesi? Nei confronti di chi? Che pericoli c’erano nel mondo appena creato, se era un paradiso?
...intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Perché foglie di fico? La nudità fisica, contrariamente a quanto ipotizzato sopra, sembra avere un ruolo centrale, ma potremmo interpretarla come il pudore scoperto, e le ...foglie di fico... una barriera nel tentativo di proteggerlo. Anche tra gli aborigeni, per quanto si possano considerare primitivi, esiste una sorta di decenza; difatti, nascondono il loro sesso. E il narratore sfrutta la forza del legame tra sesso e moralità. Difatti, l’uomo; maschio e femmina, non si vestirono per intero ...ne fecero cinture.

8 Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
In questo passo, l’uomo avverte la presenza di Dio, apparentemente ignaro dell’accaduto. Allora l’uomo si vergogna, e si nasconde. Al (Gen 3:7) si coprirono le parti intime per pudore, perché adesso si nascondono, se sono “vestiti”? A mio parere, non si nascosero alla vista, ma alla presenza di Dio, poiché si sentivano colpevoli di aver mancato.

9 Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».
L’idea che si ha di Dio, un qualsiasi Dio; è potenza, infallibilità..., e onnipresenza. Ignoro quanto possa essere stato esteso il giardino, tuttavia, l’onnipresenza del creatore si dimostra nella domanda stessa «Dove sei?», sempre che il giardino non si riveli un esiguo fazzoletto di terra, cui la voce possa raggiungerne ogni angolo. È dunque difficile pensare a Dio, cui nulla può sfuggire, come incapace di individuare l’uomo, e abbia bisogno di chiamarlo per poterlo incontrare. E poi, perché lo va cercando? Certamente, doveva già essere al corrente di quanto accaduto, cioè del fatto che l’uomo aveva trasgredito il suo comandamento, altrimenti che Dio sarebbe? Allora, perché fingere di non sapere dove si trovi la propria creatura?

10 Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».
L’uomo risponde alla voce del suo creatore (cfr. v. 9) dicendo di avere paura poiché si trova nudo. L’uomo usa l’espressione ho avuto paura..., mi sarei aspettato; ho avuto vergogna. Magari, il termine paura risiede nelle possibili conseguenze cui Dio lo aveva messo in guardia, quindi nella consapevolezza che avrebbe pagato al suo atto; anche se dubito, l’uomo fosse totalmente cosciente del “prezzo” da pagare. Sapeva solo d’aver fatto qualcosa che non andava fatto, unicamente perché gli era stato vietato. E tanto bastò a riempirlo di paura. Si nascose: sembrerebbe un comportamento sciocco, ingenuo se vogliamo, come pensava, l’uomo, potersi nascondere al suo creatore; Dio è ovunque; o no! L’uomo era in grado di comprendere l’enormità divina? Non poteva, in nome di quel libero arbitrio ancora acerbo, che in verità, per pretendere da esso obbedienza cieca non avrebbe dovuto avere facoltà di scelta. Allo stesso modo, come poteva comprendere la gravità di un atto così semplice: scoprire sé stesso (cogliere il frutto proibito)? L’uomo fu tentato? Quante volte nelle preghiere si domanda a Dio la grazia di non farci cadere in tentazione. Sì che fu tentato! Dallo stesso Dio! Bisognerebbe anche capire per quale motivo cedere alle tentazioni dovrebbe essere “peccato”, o quanto meno immorale. Aveva l’uomo, il diritto di conoscere la propria anima?

11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».
(cfr. Gen 3:7) ...e conobbero di essere nudi...;
Dio non poteva non sapere che l’uomo avrebbe colto e mangiato da quell’albero, eppure ha lasciato che ciò accadesse. Difatti, ...l’albero era buono da mangiare..., (Gen 3:6) bisognerebbe comprendere perché l’albero in questione fosse così attraente agli occhi dell’uomo, e come mai, l’albero, se proprio ci doveva stare nel giardino, non fosse stato reso ripugnante, così da scoraggiarne l’uso, tenendo comunque conto che, così facendo la pianta in questione sarebbe stata discriminata dalle altre. Oppure, l’albero esisteva malgrado Dio. Era dunque precedente? Se sì! Chi l’aveva creato? Tuttavia, la storia dell’albero proibito ha un vago sapore di beffa. Dio non ha bisogno di domandare, ...Hai forse mangiato... eppure la fa. L’uomo prima fu avvisato, quasi intimorito, poi fu indotto al “peccato”, e adesso ammonito. Il quadro va delineandosi. Il senso di colpa, il rimorso e la paura; l’uomo fu progettato perché potesse provare tali sentimenti? Sì! Tuttavia, come poteva conoscerli e gestirli? L’uomo era completamente spoglio, un foglio di carta bianco tutto da scrivere. Come un bambino muoveva i suoi primi passi, doveva compiere le sue esperienze e farne tesoro per il futuro, i ragazzi sbagliano in ragione della loro età, e dai loro errori si formano, (nel bene e nel male). Il primo uomo così era, un ragazzo. Lo stesso, non doveva disobbedire mi direte; perché, dico io? Quel vincolo, non lo rendeva totalmente libero, e sembra studiato ad arte perché v’incappasse. Mi sfugge comunque la ragione per la quale Dio abbia teso un simile tranello alla sua creatura; sempre che non si prediliga la narrativa alla sostanza. Dio, che bisogno aveva d’architettare tutto questo?
Quando accade qualcosa non si ricerca mai la causa, così che la cosa non possa ripetersi, bensì un colpevole. Così, non Dio, ma il narratore ha ingannato l’uomo.

12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».
È singolare osservare come il dialogo sia confidenziale «La donna che tu..., che l’uomo si rivolga a Dio come a un suo pari. Ciò può significare che l’uomo non avesse capacità di giudizio, altrimenti non avrebbe temuto Dio e allo stesso tempo sentirsi suo pari. E forse, senza rendersene conto l’uomo si trova a giudicare persino il suo creatore (tu, mi hai dato la donna...), come dire: la colpa è tua che mi hai messo accanto la donna, senza di lei ciò non sarebbe accaduto. E non contento, senza il minimo pudore, a sua difesa non esita a puntare il dito contro la donna. Tornando alla causa; appare evidente che l’albero proibito sia una metafora; la conoscenza (del bene e del male), quindi, cosa intendeva Dio, col dire: ...ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare..., (cfr. Gen 2:17), a cosa si riferiva? L’uomo non doveva fare cosa? -Faccio nuovamente presente che il comando fu dato solo all’uomo, in quanto la donna fu creata successivamente (cfr. Gen 2:21), e non c’è dato sapere se lui l’avesse informata. Anche se la donna (cfr. Gen 3:2;3) rispondendo al serpente, in qualche modo doveva essere venuta a conoscenza del divieto- In che modo, intendo concretamente, l’uomo è riuscito ad accedere a questo “sapere”? Cosa ha innescato in lui quel nuovo stato di coscienza? E come mai, per Dio era così importante che ne restasse all’oscuro?

13 Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
A mio parere la domanda è retorica, sin troppo evidente appariva cosa ella avesse fatto, e non v’era bisogno di risposta. Immagino il tono, austero e minaccioso della domanda.
Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». La risposta è ininfluente, ma la donna, impaurita cerca di difendersi, e incolpa il serpente d’aver colto dall’albero proibito. Come abbiamo visto, tra i due, maschio e femmina, c’è un carosello di scarica barile, un po’ come fanno i politici, ognuno incolpa qualcun’altro e nessuno si assume la responsabilità delle proprie gesta, che ripeto, non conosco esattamente e materialmente tale atto a quali conseguenze porti. In questo, al momento il serpente sembra l’unico a non volersi difendere, forse perché ancora non chiamato in causa; ignoro se ciò in futuro accadrà. Da considerare: come mai l’uomo non è stato capace di rispettare un comando così semplice? Cioè «non fare questa determinata cosa». Inoltre, è possibile che l’uomo -maschio e femmina- abbia deliberatamente accusato il serpente?

14 Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita.
L’uomo s’era rivelato poco affidabile, eppure Dio, sulle accuse della donna punisce il serpente maledicendolo, ciò senza accertare l’attendibilità nelle parole di lei e senza concedere replica all’animale. Come possiamo immaginare, Dio non ha bisogno di domandare perché già sa, perciò giudica e condanna; senza appello.
...Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. E qui assegna il castigo: Sul tuo ventre camminerai... a questo punto, devo pensare che il serpente fosse strutturato in maniera diversa prima della “condanna”. Fino ad ora non ho trovato descrizioni in proposito. E non avrebbe senso fare parallelismi scientifici. A titolo di cronaca; secondo la paleontologia i serpenti discendono da rettili dotati di arti.
...per tutti i giorni della tua vita. In sostanza, per un reato che potremmo paragonarlo all’istigazione, al serpente fu dato l’ergastolo. Quest’ultima frase rimarca il concetto di “finito”, altrimenti la vita, che senso avrebbe misurarla in giorni, in ore, o in qualsiasi altro modo. Il serpente, aveva ereditato dall’uomo la stessa sorte a lui riservata nel caso (cfr. Gen 2:17) ...perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». Ciò si sarebbe esteso a tutti gli altri esseri viventi?

15 Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
 Rivolto sempre al serpente, Dio sancisce una sorta di guerra eterna tra i due esseri e i loro discendenti, entrambe dovranno guardarsi l’una dall’altro. La donna ...schiaccerà la testa... dovrà resistere al richiamo del “peccato”, affrontarlo e annientarlo, dovrà combattere strenuamente la sua guerra interiore e solitaria. E il serpente: presenza costante, la voce sibilante della coscienza, torbida e avvelenata, insidiatrice e istigatrice, sempre in agguato. Ora, perché il creatore invece di imporre la propria mano su loro, placando sul nascere ogni possibile ostilità e rancore, produca un conflitto perpetuo, mi sfugge. Forse non era in suo potere riuscire a correggere certe “traiettorie”, o che la conoscenza non si concili con la vita eterna a meno d’essere dei, ed esserlo, implica l’aver schiacciato la testa al serpente senza esserne morsi. Il narratore, più verosimilmente, col serpente ha voluto rappresentare la parte più oscura dell’animo umano, e in questo caso, lui l’uomo, dovrà dominarla e guardarsi il calcagno senza aiuto esterno. Non considerando l’atto compiuto, cui non imputo la ragione del destino dell’umanità, ritengo l’uomo già designato a questo epilogo -ciclo vitale-. (cfr. Gen 1:11; 22; 28; 29).

16 Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà».
Ad un primo approccio il riferimento ai dolori sembra di carattere generale Moltiplicherò i tuoi dolori e… e allo stesso tempo, sembra che le gravidanze si moltiplichino a loro volta, oltretutto non si sa in rapporto a che cosa. A mio avviso, è probabile che ci sia un errore di valutazione. Sempre che le gravidanze, non del tutto indolori, poiché «Moltiplicherò... implica una base di partenza, avessero un numero massimo stabilito. La frase corretta potrebbe essere Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori nelle tue gravidanze, come già accennato, possiamo dedurre che, per quanto sia stato moltiplicato, in origine partorire doveva produrre comunque del dolore, e non avendo la donna, in relazione al dolore stesso nessuna esperienza, dunque in tal senso un metro di paragone, avrebbe potuto a lei risultare insopportabile il minimo male. Mi domando se il sesso abbia a che fare col frutto proibito, e se la riproduzione includesse il parto come mezzo. E nel caso, come avrebbe la donna partorito senza dolore se non avesse disobbedito?
...Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà». Quest’ultimo passo mi fa sorridere. Possiamo qui apprezzare, in tutto il suo squallore, il tentativo intimidatorio del narratore, direi in parte fallito, di soggiogare la donna attraverso una legge divina.

17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne”, maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
Sono tre, gli attori coinvolti nella vicenda del frutto proibito, Dio si rivolge per ultimo al maschio dell’uomo; che lo ritenesse quello meno responsabile? Penso sia il contrario (cfr. Gen 3:12)
«Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne” ..., si insiste sulla responsabilità della donna e del suo ruolo centrale nella vicenda; infatti sarebbe stato sufficiente scrivere: “anche tu hai mangiato dell’albero...” non andando a cercare le ragioni del gesto. Lui è colpevole almeno quanto lei, se non di più. E la frase; ...hai ascoltato la voce di tua moglie... sembra non tanto voler diminuire la responsabilità l’uomo, essendo la sua colpa incentrata sull’aver la femmina subordinato al maschio. Mi pare l’ennesimo tentativo del narratore di porre la donna a livello inferiore. Ora mi domando, che cosa sarebbe accaduto se l’uomo non avesse ascoltato la moglie? E mettiamo pure che non si fosse limitato ad essere sordo alle parole di lei, ma che abbia tentato in tutti i modi di persuaderla nel suo intento. Che figura avrebbe assunto l’uomo? Sarebbe stato un bel dilemma per il creatore, che fare? Tracciare per loro due destini diversi? La vita della femmina si sarebbe consumata e infine e spenta, cioè infine lei sarebbe morta, mentre il maschio non avrebbe conosciuto la morte (cfr. Gen 2:16;17). In questo caso il maschio si verrebbe a trovare nuovamente solo. Ciò sarebbe accaduto anche li avesse lasciati uniti; infine la donna sarebbe dovuta morire. Avrebbe allora Dio, cancellato l’attuale femmina e per lui creata un’altra? Come egli avrebbe fatto questa seconda donna? Si potrebbero ipotizzare altri scenari; ma andiamo oltre, poiché ciò non sarebbe potuto accadere, maschio e femmina erano uniti nella stessa carne e dallo stesso destino; erano il progetto “Uomo”. Per una ragione a me sconosciuta, sembra che qualcosa non andò nel verso giusto; non sarebbe allora stato molto più semplice rimpastare il tutto? Se così non è andata, l’uomo fu creato perché mangiasse dell’albero. Non chiedetemi perché.
...maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. A questo punto Dio maledice la terra; l’errore di uno, del primo, si ripercuote su tutti gli altri, v’è uno strano senso di giustizia ...maledetto il suolo per causa tua! Tutti gli esseri viventi subiranno lo stesso destino riservato all’uomo del giardino. E ancora, la sofferenza ...Con dolore ne trarrai il cibo... (cfr. v. 16) ... «Moltiplicherò i tuoi dolori... questa sofferenza per espiare il “peccato”, ha quasi il sapore della vendetta. Sentimento tipicamente umano. Non è Dio che punisce l’uomo, ma l’uomo, che con le sue azioni punisce sé stesso.

18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi.
In riferimento al (Gen 3:17) dove Dio maledice il suolo a causa dell’uomo, la terra produrrà Spine e cardi... cioè cose di cui egli non potrà nutrirsi ora, c’è da domandarsi se questo tipo di “vegetazione” fosse già presente, a che l’uomo fosse cosciente della pena inflittagli. In ogni caso, Dio sapeva bene di cosa stava parlando. Ed è ciò che conta. Comunque, c’è sempre da chiedersi, perché? Quanto fosse stato grave l’aver disobbedito, per giustificare tremenda sofferenza?
...e mangerai l’erba dei campi. Procacciarsi il “cibo” sarebbe stato difficile, giacché poco invitante, ...l’erba dei campi. l’avrebbe dovuta cercare tra Spine e cardi... bisogna sempre tenere presente che l’uomo era stato progettato perché si nutrisse, e che dunque ciò fosse stato necessario; a quale scopo? Se non avesse commesso alcun “crimine” e avesse deciso lo stesso di non mangiare dei frutti del giardino, cosa sarebbe accaduto? L’uomo doveva necessariamente “mangiare” dell’albero del bene e del male. Il destino dell’uomo è dunque scritto, lo era sin dall’inizio. La vita è una prova di resistenza, questo il narratore lo sapeva.

19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!».
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane..., dunque l’uomo, per procurarsi il sostentamento avrebbe sofferto, avrebbe conosciuto la fatica. Interessante è il termine ...pane..., è evidente che richiami una metafora, a noi più che comprensibile, sappiamo tutti cosa sia il pane e cosa esso rappresenti. Considerando che il forno è un elemento fondamentale per la produzione del pane, l’uomo appena creato, poteva conoscere un simile alimento? Poteva quindi capirne il senso figurato? Eppure, Dio usa quella parola. Forse, è il narratore che interpreta in questo modo il pensiero di Dio per renderlo più accessibile ai posteri.
...finché non ritornerai alla terra..., Finché non morrai! Qui è la morte; essa si presenta come una liberazione come la rottura di un sortilegio, conseguenza della sua disobbedienza. Dio avvisò l’uomo maschio che sarebbe morto (Gen 2:17), se avesse mangiato dall’albero proibito, ma non gli aveva spiegato che la morte non sarebbe giunta immediata, tantomeno come avrebbe vissuto fino a quel momento. L’uomo scopre solo adesso che il vivere sarebbe stato duro per lui, e di riflesso per tutte le altre specie. Non che sarebbe cambiato molto, l’uomo avrebbe disobbedito lo stesso. Invece è il ruolo di Dio a cambiare, infatti, alla morte aggiunge la sofferenza, e fa che il periodo precedente la dipartita sia un purgatorio.
 ...perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!». Dopo la morte accadrà che, l’uomo tornerà alla terra, diverrà parte della materia universale. Non si accenna al pensiero, o all’anima che dir si voglia. Si avverte una sorta di annullamento definitivo, almeno della coscienza.

20 L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.
L’uomo chiamò sua moglie Eva..., A questo punto alla donna venne dato un nome. Fu l’uomo a darglielo. È difficile capirne l’esigenza, giacché su questo mondo, all’epoca sembra vi fossero solo loro due, eccetto Dio naturalmente, e tutti gli altri animali. Comunque sia, l’uomo stabilì che la donna si dovesse chiamare Eva. Con ogni probabilità anche l’uomo avrebbe avuto il suo, di nome, ma sono certo che non sarà la donna a deciderlo. Com’è possibile notare, la donna, o femmina che si voglia, è subordinata all’uomo, fu posta dal narratore in una posizione d’inferiorità. Oltretutto, al di là del significato, mi domando dove l’uomo abbia tirato fuori quel nome; “Eva”. Ora, secondo alcune fonti, il nome Eva deriva dall'ebraico Héva o Hauuah e significa "madre dei viventi". Mi viene il sospetto che, sia stato il narratore a mettere nella bocca dell’uomo il nome della “prima” donna. Resta difficile immaginare quella creatura “in erba” capace di estrapolare un significato tanto preciso per “nominare” la donna, quando non è stato capace di elaborare un concetto semplicissimo come; “non cogliere quel frutto!” Debolezza umana, ci giustificheremmo oggi. Ancora più singolare appare che, l’uomo a questo punto, possiamo dire, parlasse e conoscesse così a fondo l’ebraico, senza il quale non avrebbe potuto coniare il nome Eva.
 ...perché ella fu la madre di tutti i viventi. E qui, il motivo del nome che fu dato alla donna, quindi l’intuizione dell’uomo, da Eva sarebbe nata la specie umana.

21 Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì.
È interessante la metafora; Dio che veste le sue creature, perché avrebbe dovuto farlo? Per difenderli da qualcosa? Perché in fondo, le vesti possono considerarsi una protezione. Lo stesso padreterno, come si presentò alle sue creature? Forse, “nudo” prima del fattaccio, e “vestito” poi. Dio fece per loro delle tuniche di pelli. Mi domando, per quale motivo maschio e femmina dovevano vestirsi proprio di pelli, e non d’altro genere di tessuto. La pelle sta addosso agli animali, uomo compreso, quale animale dovette cedere la propria? Oltretutto, fu una cosa che Dio “inventò” o dovette “inventare” in quel momento, o esistevano già ...tuniche di pelli...?
 La conoscenza, dunque la coscienza aprirono una breccia nell’anima, sia nel Maschio che nella femmina. Le pelli non erano per proteggere la carne, bensì lo spirito.

22 Poi il Signore Dio disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!».
Dio, a chi si rivolse? Parlò come non fosse da solo, dicendo ...come uno di noi... fa intendere che ci sia, o ci siano altri dei simili a lui. (cfr. Gen 1:26) Dio disse: «Facciamo... a questo punto potremmo anche ipotizzare, che non sia sempre lo stesso Dio a parlare. Ora prendiamo l’intera frase: Dio afferma che l’uomo è al suo pari, e al pari di qualche altro ipotetico Dio, però non in tutto ...quanto alla conoscenza del bene e del male... non ancora, e per allontanare ogni possibilità che ciò accada, cioè che l’uomo diventi Dio, ordinerà un’altro divieto.
 ...Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!». Rivolgendosi sempre ad altro, Dio fa sì che all’uomo sia impedito di “mangiare” da un altro albero che, non era stato menzionato in precedenza. Probabilmente essendo l’uomo immortale prima d’aver mangiato dell’albero proibito – della conoscenza del bene e del male - (Gen 2:17) ...perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». e dunque la morte sarebbe arrivata nel caso avesse violato tale divieto, avrebbe potuto fino a quel momento “mangiare” dell’albero della vita, perciò, non fu necessario indicarne l’esistenza. Potremmo anche ipotizzare che l’albero della vita sia apparso in seguito, come conseguenza al divieto violato, ma la sostanza non cambia. Dio nega all’uomo la vita eterna, e di fatto, lo condanna a morte. Ed è la linea di confine che separa il creatore dalla sua creatura. È dunque solo la possibilità della vita eterna a distinguere il divino dal terreno? L’uomo è forse un Dio mortale? Ed è per questo motivo, che lo stesso Dio immortale non può interferire nelle questioni umane?

23 Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto.
Non fu sufficiente la morte, in attesa che sopraggiunga, l’esilio si aggiunse alla condanna; a sorpresa potremmo dire, considerando che la pena prevista alla disobbedienza era la morte. (cfr. Gen 2:17) ...perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire».
...perché lavorasse... Probabilmente, il giardino da cui l’uomo fu scacciato era molto fertile, ma gli era stato comunque “chiesto” di lavorarlo (cfr. Gen 2:15) ...perché lo coltivasse e lo custodisse. L’uomo avrebbe dovuto in ogni caso guadagnarsi il “pane” col sudore della fronte.
...il suolo da cui era stato tratto. Dunque, la “materia” usata per plasmare l’uomo che origini aveva?

24 Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita.
Ora, si pensa che il giardino si trovasse in Mesopotamia, l’odierno Iran. Non capisco il motivo per il quale ai cherubini e alla fiamma della spada guizzante fu ordinato di sorvegliare solo l’accesso al giardino da oriente. Possiamo dunque ipotizzare, -non m’è possibile conoscere esattamente il luogo- che l’uomo fu posto a oriente, del giardino s’intende. Migrando, l’uomo non sarebbe potuto giungere ugualmente al giardino di Eden per altre vie, anche casualmente. In tal caso, chi o cosa, controllava gli altri confini del giardino? Sempre che, fosse stato necessario proteggerlo. Probabilmente non vi era bisogno di alcuna protezione accessoria, poiché una sola strada poteva condurre all’albero della vita e non si tratta di una via terrena. Tuttavia, per quanto tempo fu custodito l’albero della vita? Solo il tempo necessario perché le creature scacciate perissero? Certamente non fino a giorni nostri, considerando che quei territori sono abitati. Volendo fare un parallelo più spirituale, posso solo supporre che quei territori, non sapremmo ormai riconoscerli, e solo chi aveva acquisito la conoscenza dal trascendente sarebbe stato in grado di decifrare e nutrirsi dell’albero della vita.
La presenza dei cherubini e della fiamma della spada guizzante, che non c’è dato sapere chi siano o cosa siano, denota un sistema “sociale” strutturato e organizzato; stratificato, o piramidale se volete. Dio non era solo, forse unico, ma non solo.
Comunque, come succede su questa terra, dove il forte domina sul debole; e manco a dirlo, in questa storia è l’uomo il debole, altrimenti, state certi non si sarebbe fatto addomesticare.
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