Racconti - Zampadicapra

Zampadicapra
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Racconti

I racconti sono invenzioni della mente,
liberano la fantasia, fanno sognare, riflettere, gioire, piangere e soffrire.
La vita è nel ricordo e nella memoria si estende.
   Buona lettura


La cicoria, la lumaca, il cimitero

     Il collo lungo e sottile si protese in avanti, la corona azzurra apparve appena da sotto. Si sporse ancora, oltre il bordo; scrutava inquieta. Luccicava la scia secca, minacciosa; a spirale saliva lungo la colonna grigia.
Un brivido umido e freddo, improvviso, il collo si torse, poi cadde tronco tra le proprie braccia seghettate.  La lumaca si prese tutto il tempo; striscò poi lungo la pendenza di marmo, s’andò a chiudere in cima alla croce bianca.
La mano si allungò fin sopra il simbolo sacro, staccò l’invertebrato e lo buttò nel sacco insieme agli altri suoi simili.

Roberto Crociani
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Le botte non cambiano la persona

Il grano mancante

    Gino e Pino erano due “monellacci”, un po’ come tutti i ragazzi della loro età d’altronde, pieni di vita e di speranze, pronti a lasciarsi dietro la guerra appena passata. E come tutti, facevano progetti per il futuro, a dire il vero il loro futuro aveva le gambe corte e portava poco lontano, non oltre una certa bottega. Se dovessimo guardarci oggi attraverso quei vetri opachi, scorgeremmo tanta miseria, e forse non crederemmo ai nostri occhi. Per quei ragazzi invece si apriva un mondo da scoprire, soprattutto adesso che qualche prodotto nuovo si affacciava luminoso tra quelle “anticaglie”; come raggiungerlo?  Di soldi nemmeno a parlarne, i ragazzi non avevano manco le tasche per tenerli, gli adulti stessi ne maneggiavano pochissimi. Quelle sigarette americane però... bisognava averle a tutti i costi!
 Ogni famiglia teneva il proprio pezzo di terra da grattare, il padre di Gino aveva il suo, e quell’estate per lui il raccolto era stato ottimo. Il tino che teneva in solaio traboccava di chicchi gialli. Quanto sudore, ma quanta soddisfazione. Con la mano l’uomo sfiorava fieramente la montagnola di grano, tanti sforzi lo avevano ripagato. Il giorno dopo tornato in solaio, guardando il suo grano ebbe la sensazione che qualcosa non era come doveva, i chicchi avrebbe potuto chiamarli per nome, ne avrebbe potuto dare il numero esatto, chissà? forse la mente lo ingannava e non volle trarre conclusioni affrettate. Il dubbio svanì il giorno appresso, come aveva sospettato il grano diminuiva!
Il papà di Gino era un uomo generoso, non molti avrebbero sfamato bocche d’altro sangue, Pino infatti cenava spesso dal suo amico. Quella sera non era diversa da molte altre, Pino sedé a tavola tranquillo. Come già detto il padre di Gino era un uomo generoso e lasciò che i ragazzi cenassero tranquillamente, poi..., meglio non scendere in particolari, botte da orbi. Alla fine, nel parapiglia generale Pino riuscì a svignarsela, Gino ne prese un’altra dose e fu rinchiuso in solaio.
Il mattino seguente, Pino preoccupato per il suo amico andò a trovarlo, non entrò in casa, per carità divina, girò dalla parte opposta e chiamò Gino. Su in cima c’era una finestrella e la voce uscì di lì. Pino gli chiese come stesse, lui «bene, bene» e aggiunse: «mettiti sotto!». Dalla finestrella calò un fagotto; a terra arrivò una calza di donna piena di grano.

Roberto Crociani

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La fortuna arriva in carrozza


   “Non affannarti ad inseguire la fortuna,
    se vuole,
   sarà lei a trovare te!”

    La guerra è maleducata e non porta rispetto, entrò in ogni casa senza bussare, né chiedere permesso e all’occorrenza sfondò la porta: portò paura, lutto e miseria. E in grande misura.
Trascorsero alcuni anni, dopo l’ultimo tremendo botto. La guerra non c’era più: finita, passata, quasi dimenticata. Tutto il resto sì, eccome! Solo alla miseria si poteva porre rimedio, tuttavia, bisognava lo stesso confidare nella buona sorte.
Già! la Sorte. La sorte è il mazziere e fa le carte. Ogni giorno distribuisce la tessera del destino, ogni giorno è vita nuova. A ognuno la sua, di tessera, non si può vederla né riconoscerne il valore. A ogni levata di sole te la incolla a fuoco sulla pelle, e te la porti fino il giorno appresso.
Si osservi che, la Sorte, deve essere pigra di natura, non mescola mai le carte, giacché, tocca sempre la stessa.
Le cose resterebbero immutate per sempre se non intervenisse la Fortuna, che di nascosto, riesce a scombinare il mazzo, guai a farsi scoprire, la Sorte oltre che pigra è anche molto permalosa, e vendicativa, quando s’accorge, muta la fortuna in malasorte, e ci va di mezzo il disgraziato di turno.
Dovete sapere che, la Fortuna e la Sorte viaggiano sempre assieme. Nel loro girovagare, un bel giorno di primavera giunsero alle pendici di un certo paese dall’aria malinconica, si fermarono a mezza costa, indugiarono a lungo davanti a quelle rovine stanche, alla fine decisero di entrare.
In quel paesello bastonato dalle bombe, che portava ancora i segni della furia di una guerra spietata e stupida, ci stava una famiglia povera, ma povera, talmente povera..., beh! ad essere spicci, la più povera che si ricordi. Soffiava tramontana anche a ferragosto, tra le mura spoglie della casa che la ospitava. A dirla tutta, anche nelle altre case era presente lo stesso vento, magari, meno insistente.
Che posso dire! Più povero, meno povero: non c’era da far confronti, ogni famiglia teneva i propri guai. E ogni famiglia li affrontava alla meno peggio; tirava a campare per intenderci.
Le cinque del mattino arrivano presto, non s’ha tempo di coricarsi, che il gallo canta avanti al primo chiarore.
Il paese quello offre; terra da grattare. Curvi, a tirar via erbacce col bidente, i contadini vanno incontro all’alba. Anche Clodoveo, per tutti Clo, l’uomo “più” povero del paese; là, chino sulle ginocchia a pestar mazzate.
Le ore passarono, arrivò il caldo di mezzogiorno, alla spicciolata, uno appresso l’altro i contadini si ritirarono all’ombra di un boschetto di cerri, nei pressi d’un fontanile. Clo li avrebbe raggiunti di lì a poco, altre e quattro poderose zappate e via, e fu lì che accadde: sotto l’ultimo colpo, un suono di caverna. In un primo momento Clo rimase perplesso, allo stesso tempo incuriosito, fingendo di sgranchirsi e asciugarsi il sudore dalla fronte si guardò intorno; non c’era anima. Raschiò la terra più in profondità e una specie di coperchio di tufo venne alla luce, ebbe un brivido, lesto ricoprì tutto e tenne a mente quel punto preciso. Il resto della giornata trascorse.
Clodoveo ancora non lo sapeva: il corso della sua vita stava deviando bruscamente.
Al calar della sera, a piccoli gruppi i contadini ripresero la via di casa. Clo s’attardava, quel tarlo lo aveva tormentato tutto il giorno, prendeva tempo e distanza, infine si ritrovò solo, resistette ancora qualche minuto, allora tornò indietro. Beh! Non vi dico la meraviglia nello scoprire il “tappo” di tufo, nonostante il buio, il luccichio abbagliò i suoi occhi, non restò lì a fare ragionamenti, fu preso da una strana paura, avvolse nella giacca ciò che aveva trovato, coprì alla meglio la buca, e via come il vento.
Ora, perché la fortuna decida di prendere sottobraccio Tizio invece che Caio, rimane un mistero, chissà? Forse è solo puro caso. E caso volle, che la Fortuna, “sbadatamente”, urtasse il braccio della Sorte, tanto che, le tessere del destino si sparpagliarono per tutto il paese. Sapete com’è, alla Fortuna piace divertirsi e approfittò della confusione che s’era venuta a creare. Ma! Che volete, vatti a raccapezzare in quel parapiglia, così di carte buone ne furono assegnate ben due nello stesso momento.
Protetto dall’oscurità, qualcuno aveva spiato le mosse di Clo. E come questi si fu allontanato, l’altro entrò in azione; prese a scavare a mani nude, con le unghie, ma niente, insisté, ed ecco il premio, veramente era piccolo, di forma circolare, grosso così! Lo osservò giusto un attimo, non sapeva di cosa si trattasse, però a tratti luccicava, restò ancora un po’ a rovistare, ma non trovò altro. Sì! Era emozionato, tuttavia riuscì a controllarsi e rimise tutto a posto, con cura.
 Intanto in paese: vai a spiegare alle donne in preda a una crisi di gelosia. Un po’ la moglie, un po’ il peso del segreto, l’uomo cedette. Pazzo! direte voi. In parte avete ragione. Mettere un segreto nella bocca di una donna vuol dire abbandonarlo ai quattro venti. Ma state pur certi, che ciò accade solo se non riguarda lei stessa. Clodoveo mise il trovato sul tavolo al chiaro d’un lume, svolse la giacca, e una carrozza d’oro massiccio brillò.
Passarono alcuni giorni, l’altro non perdeva di vista Clo un secondo. Ed ecco premiata la sua costanza. Una sera, come capitò alcuni giorni prima, Clodoveo tornò sul posto del ritrovamento e iniziò a scavare, rovistò ogni millimetro del sito, però non emerse niente, quando ormai stanco, deluso e rassegnato stava per tornarsene: «cerchi questo?» a Clodoveo quasi venne un colpo.
«Geremia!» Geremia mise in bella vista l’oggetto pulito dalle incrostazioni, era quello che Clo stava cercando: una ruota tutta d’oro. La carrozza era meravigliosa, ma senza quella ruota era come zoppa. Beh! Per non tirarla troppo per le lunghe: Clodoveo aveva trovato un ricettatore, questi gli offriva una bella somma, sì! per la carrozza intera però, senza ruota molto meno: un inezia a confronto.
I due “amici” non ebbero difficoltà ad accordarsi, tagliarono la torta nel mezzo, e amen. A detta dei vecchi, anche Geremia era il più povero del paese. Chi può dirlo! Chissà? Forse l’intervento della Fortuna non è stato del tutto casuale. Secondo la leggenda, da quel giorno le vite dei due fortunati cambiarono completamente. In meglio, s’intende! In assoluta sobrietà.

Roberto Crociani
Separatore ZdCl

Trucioli

    Solitario, l’uomo se ne stava seduto sul proprio sgabello, al lato della porta, le spalle rivolte al muro e lo sguardo piantato davanti a sé su un punto inesistente. Al suo fianco v’era un cavalletto, dove stava incastrato un grosso pezzo di cerro, nel quale ora inattiva, la sega, con la lama per tre dita conficcata nel legno, pareva indugiare sul prodotto della sua azione. Un’improvvisa folata di vento e la segatura si animò, mulinò disperdendosi senza rotta, per poi qua e là ricadere a terra inerte.
Ricondotto al presente, con movimenti lenti e misurati l’uomo s’alzò, con la stessa lentezza s’accostò al cavalletto lì ad un passo, allora afferrò saldamente il manico della sega e con movimenti fluidi e ritmati la mandò avanti e indietro un paio di volte, la lama scaricò i suoi trucioli penetrando ancora un po’, più in profondità nel legno. L’uomo restò immobile, a fissare quei minuscoli pezzetti caduti sulle proprie scarpe, un solo attimo però, il tempo necessario a spogliarsi del presente, della sua maschera indossata ad ogni risveglio, ad ogni alba dell’intera vita; meccanicamente tornò a sedere, l’istante dopo era già per mari lontani.
Ecco, un giovane entrare nella cornice, si avvicinò all’uomo senza dire una parola, s’appressò poi al cavalletto, la fresca mano afferrò la sega, mandò avanti e indietro velocemente la lama e subito il legno cedette, fu troncato in due.
L’uomo ammainò le vele della mente e rientrato in porto non dovette che accendere gli occhi, il suo sguardo amorevole incrociò quello soddisfatto e fiero del figlio. «Così, ero capace pure io!» disse il genitore. Il tono affettuoso, quasi consolatorio non mancò d’una velata nota di biasimo.
Senza alcuna fretta, puntellando le mani sulle cosce, l’uomo si alzò ed entrò nel tinello, poco dopo uscì con un altro pezzo di legno, lo pose sul cavalletto, lo aggiustò per bene con movimenti lenti e precisi e iniziò a segare, fece scendere la lama giusto che si tenesse da sola tra le fibre, poi nuovamente tornò al timone del suo vascello.

Roberto Crociani
Separatore ZdCl

  Il ponte

    Nell’ora prima dell’alba sembra che il tempo rallenti, fino quasi a fermarsi, per qualche istante addirittura appare come sospeso, in equilibrio, nella sua eterna statura. Tanto è breve quel trascorrere, quanto è ampio il suo spazio. E nell’orizzonte smisurato, nel battito di ciglia le anime si avvicendano. In quell’istante dai confini sterminati ribolle la vita e vi fermenta l’esistenza tutta, e lì, nella frazione minima di tempo si dischiude il mistero all’infinito. Ma ecco il primo chiarore, il primo raggio infiammare il cielo e tutto evapora, uno scossone e il treno riprende la sua folle corsa.
Ogni giorno, ancor prima che il gallo canti, Elias esce di casa per recarsi al lavoro, e col naso all’insù la mattina non mancava di fermarsi qualche istante a scrutare le profondità dell’etere. Desiderio, riflesso incondizionato dettato dall’abitudine, o qualsiasi altra cosa fosse, induceva Elias a fissare quel nero profondo tra le stelle.
Forse, le cose cui siamo attratti hanno luogo nell’anima, per sua natura la ragione ne ignora l’esistenza, pertanto è l’istinto a darne prova. L’anima matura, evolve, l’istinto n’è l’espressione. E in virtù di quella rivelazione, Elias senza saperlo, appena fuori, sulla soglia di casa, tutte le mattine inseguiva il suo posto tra le stelle.
Elias si levò dal letto, immerse le mani nell’acqua fredda della bacinella lì accanto e vi rinfrescò il viso ancora assonnato. Muovendosi nella penombra accese il lume; indossati i panni da lavoro, gli unici che aveva, sedette a tavola e consumò la colazione: caffè nero con pane nero.
Il gallo cantò. Elias mandò giù l’ultimo boccone aiutandosi col caffè rimasto e si precipitò in strada. Il fondo del cielo era ancora nero e le stelle brillavano appese ognuna al proprio posto. Elias ne fu sollevato.
Si riposa nel giorno del Signore! ma quel nero così nero gli riusciva irresistibile e foss’anche domenica Elias usciva in strada di buon’ora, anche in quel giorno cui avrebbe potuto riposare.
Dal momento che si levò, Elias ebbe il presentimento che quel mattino non fosse come tutti gli altri, seppur in maniera impercettibile fu colto da un senso di vuoto, come se i lacci della sua vita stessero cedendo, tuttavia fu una percezione talmente passeggera che non gli diede alcun peso. Ebbene, proprio appresso il canto del gallo, appena pose il piede fuori dalla porta di casa la sensazione di vuoto si ripresentò, e benché leggera gli rimase attaccata alla pelle. Poi, già alzati gli occhi al cielo, un brivido freddo gli salì per la schiena e gli morse il collo.
Elias, stringendosi nelle spalle tirò su il bavero della giacca, allora si accese una sigaretta, indugiò a lungo sulla soglia di casa. Infine decise di fare quattro passi, di tanto in tanto tornava a guardare il cielo e ogni volta quella sensazione oscura si presentava, eppure non riusciva a pensare a niente.
La via era deserta, Elias vi si piazzò nel mezzo a mirare lo spazio, il brivido lo colse ancora, ma non distolse il suo sguardo, allora improvvisamente iniziò a calare una leggera nebbia. Elias non mutò posizione, rimase ancora un po’’ così, a guardare in alto con l’occhio velato.
A breve il giorno avrebbe abbracciato la terra, sconcertato Elias si avviò verso casa, dopo un breve tratto udì un lieve fischio, senza pensarci attraversò la strada fendendo la nebbia, intuendo a mala pena la direzione cui era provenuto il richiamo, perché come tale lo aveva inteso. Ecco la sagoma di una persona prendere forma, allora balzò sul marciapiede affiancandosi a quella figura. Questi alto, il viso di bronzo occhi neri come la notte capelli corti, ricci e fitti, naso camuso, narici larghe labbra carnose. Mani in tasca Camminarono per un tratto spalla con spalla, restarono muti. Giunti sotto un lampione, continuando nel loro lento incedere si rivolsero lo sguardo, l’uno penetrò gli occhi dell’altro.
La nebbia tanto s’era infittita che, Elias la presenza del compagno la intuiva, dopo poco un altro uomo si aggiunse a loro, poi un altro e così fin quando giunsero in uno stretto sentiero. Elias non teneva memoria di quel posto, pensò che forse la nebbia lo ingannava.   
Avanzava a passi corti e lenti, col suo compagno al fianco, ora lo vedeva quasi distintamente, le ombre della notte pigramente si dissiparono del tutto e una colonna interminabile di persone si rivelò alla vista. Elias ignorava la ragione della sua presenza lì, aveva il suo lavoro, mille impegni da rispettare, eppure l’animo suo era lieto.
Ora il sentiero si stringeva sempre più fino a costringere il passo a due sole persone. Elias e il suo compagno ancora uniti, fianco a fianco. Quell’uomo dalla carne nera, dal naso schiacciato e dai capelli ricci, quel tipo d’uomo, Elias non lo aveva mai sopportato e la sola vista gli dava la nausea, scatenava in lui un violento atto di repulsione, figurarsi stargli così accostato, lo odiava già prima di conoscerlo. Ma lì, in quel momento, Elias nemmeno ricordava d’aver mai provato avversi sentimenti su di lui, ora un unico sentimento riempiva il suo cuore, amore, per quell’uomo da poco incontrato che sentiva di conoscere da sempre.
Avvicinatesi ancora, potevano intravedere una sorta di confine dove la gente sembrava scomparire attraverso una cortina di nuvole, in breve Elias e il suo amico vi giunsero.
«Vediamo chi arriva!» si udì «avanti!» aggiunse.
I due amici obbedirono, si immersero nella foschia, oltrepassata la quale trovarono dinanzi un ponte di legno sospeso nel nulla, di lato un uomo senza età rivolse loro un rapido sguardo e aprì l’enorme libro che sembrava tenere sulle ginocchia, dovette far uso di entrambe le mani per sollevare la copertina, scorse le pagine lentamente quasi fino in fondo: «ecco! uomo!» esclamò puntando il dito sotto il nome ch’era scritto a piena pagina proprio nel centro “UOMO”. La parola era tutta merlettata, il resto della pagina era completamente vuota.
Un secondo uomo, anch’esso senza età, si avvicinò loro: «potete spogliarvi!».
Entrambi rimasero nudi, allora il secondo uomo senza età gli fece cenno di avviarsi sul ponte, così i due amici si incamminarono. Soltanto a un certo punto Elias si accorse che il suo amico sbiadiva, come perdesse gradatamente consistenza, fintanto inoltratisi ancora scomparve del tutto. Il ponte terminava lì, nel nulla, senza approdo. Elias rimase a guardare avanti a sé, l’aria mulinava lievemente disegnando l’impronta del suo amico, non volendo separarsi da lui, con un balzo si gettò tra le pieghe dell’etere.
Elias si svegliò ansante nel suo letto. Le campane suonavano mezzogiorno.

Roberto Crociani
Separatore ZdCl
Il leprotto felice    

Ricordo quel giorno con piacere, ma all’epoca ne rimasi stupito. Ero solo un bambino, a mani nude catturai un leprotto, cosa non facile, ancora mi domando come io abbia fatto.
Morbido, lo tenevo tra le mani, sentivo il suo cuore pulsare violentemente, guardava il mondo con occhio spaventato. Paralizzato tremava, ma io non m’avvedevo della tortura che infliggevo al povero animale. S’era certo avvicinato alle gabbie dei conigli per nutrirsi del mangime caduto in terra, e in una di quelle gabbie l’avrei recluso, in quello spazio angusto l’avrei costretto incurante del suo terrore, ignorando il suo disagio, senza capire la sua natura.
Aprii la gabbia e lo posi tra le maglie di metallo. Fu un attimo, la bestiola partì di scatto e cozzò contro la rete, ruzzolò indietro, intontito scosse la testolina e tutto il corpo, si guardava intorno colma di terrore. Pensai il leprotto si fosse rassegnato, che avesse capito. Me ignorante! Ero io incapace di capire, in un modo o nell’altro l’animale sarebbe stato libero. Nel volgere di pochi istanti, l’animaletto colpì nuovamente e innumerevoli volte la rete con violenza crescente. Il musetto si macchiò di sangue. Lesto dischiusi la gabbia e lo liberai.
Turbato vidi il leprotto saettare tra i filari della vigna e scomparire tra l’erba all'ombra delle viti. Non posso dire cosa provasse durante la sua fuga, a me piace pensare che fosse felice.
Robrto Crociani
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